Storia e Memoria – 23 Giugno: Anniversario della morte di Gaetano Ferretti ( 04 Ottobre 1887- 23 Giugno 1969 )

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23 Giugno: Anniversario della morte di Gaetano Ferretti ( 04 Ottobre 1887- 23 Giugno 1969 )

Gaetano Ferretti è nato a Reggio Emilia ma risiedeva a Parma in Borgo delle Colonne n. 8. Dal 25 luglio 1943 era Comandante del Presidio di Merano e l’8 settembre 1943 ascoltò l’inaspettato comunicato radio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio che annunciava l’avvenuta firma dell’armistizio con le forze anglo-americane. Subito diede ordine di rientrare in caserma ai soldati in quel momento in libera uscita per appostarsi a difesa del territorio. Purtroppo però, le truppe tedesche a differenza delle truppe italiane erano state messe precedentemente in pre-allarme e così si trovarono preparate a fronteggiare questa nuova realtà: “Da alleati, … a nemici”. Così dopo una breve resistenza alla sera del 9 settembre 1943 ci fu la resa e la consegna delle armi.

Il Generale Gaetano Ferretti così terminava il suo diario di prigionia:

Purtroppo pochi hanno compreso l’animo degli ex-internati e valutato l’apporto da essi profuso nella liberazione della Patria.
Non il Paese, poco il Governo, assillato da molti e gravi problemi, e tanto meno le Potenze vittoriose che non dimenticarono le steppe del Don e le sabbie dell’Africa, anche se le colpe di uomini politici e di dirigenti non dovrebbero offuscare il valore dei combattenti che, travolti poi senza loro colpa ed internati nei Lager, hanno saputo dare così degna prova di alta spiritualità.
Il nemico ha distrutto ogni principio di gerarchia, anzi ha indicato ai soldati come il loro miserabile stato sia dovuto agli ufficiali, ma ciò nonostante il loro contegno è stato mirabilmente fermo e coraggioso e non solo hanno cercato di prestar il minor contributo possibile, ma buttandosi allo sbaraglio e sabotando con ogni mezzo le disposizioni emanate dai tedeschi.
Qui le virtù civili degli italiani brillano del più puro splendore.
Gli ex internati al ritorno trovano un alone di pietà al racconto delle loro traversie, una pena per i morti e per i sopravvissuti tarati nel fisico. Ciò è umano, ma non è quanto gli ex internati desiderano.
E’ invece la stima per chi ha compiuto il proprio dovere con purezza di fede e non si è mai piegato, sorretto dalla forza interiore dello spirito.
Potevano gli internati sottrarsi al loro supplizio?
Certamente: bastava apporre la propria firma in calce alla formula di adesione ed il gioco era fatto. Ma era il gioco della propria coscienza avvilita, era il giuramento tradito, l’onore spento.
E’ la vittoria dello spirito sulla fragilità del fisico, è il combattente senz’armi che scaglia contro il nemico l’unica forza di cui ancora può disporre: il rifiuto a qualsiasi collaborazione a qualunque costo.
Il contegno e la vicenda dell’internato si sintetizza in quel «NO! » gridato a tutti i propagandisti di ogni specie, grido che esprime l’angoscia della Patria, che rievoca l’abbominio di Cefalonia e di Lero, che ripete il Credo dei compagni fatti morire di fame e di sevizie.
E quel « NO! » lo ripetono fra di loro come un incitamento, lo inseriscono nelle coscienze come l’amore alla Madre, lo sussurrano nel pensiero dei loro cari come un giuramento, lo invocano nelle preci come una promessa e ne conseguono forza e fierezza nel cuore.
Il partigiano sfida il pericolo nel sole e nel gelo della montagna con l’arma in pugno, seppure tanto modesta rispetto a quella nemica.
L’internato è in balia dell’avversario; ha una sola arma: la sua fede; con quella combatte.
Sono due soldati dello stesso ideale che per venti mesi hanno sa- puto tenere alto il prestigio della Patria.
E con pacata e serena obiettività si può considerare che il sacrificio non è stato vano.
Per gli ex internati si può meglio considerare e valutare ora quali gravi conseguenze avrebbe avuto sullo sviluppo della lotta, se fosse avvenuta, un’adesione al Reich. Sarebbe sempre stato il peso di un’aliquota di quei 700 mila uomini che avrebbe giocato sulla bilancia della guerra un ruolo, anche morale, pregiudizievole per il Paese.
Il sacrificio degli ex internati sarà forse compreso appieno solo quando la storia avrà espresso il suo sereno giudizio.
Ma essi hanno il diritto di dire la loro parola con la fierezza della Fede mai doma, nel nome dei vivi piagati nel fisico e dei Morti, che dalla terra straniera innalzavano verso il cielo della Patria la fiamma della resurrezione.
Fa, o Signore, che sulle tombe del loro riposo, con il bacio di una Madre o di una Sposa, aleggi perenne il nostro ricordo!

Dal diario di Gaetano Ferretti

Il mattino del 10 settembre 1943 venimmo trasferiti a Maia Bassa nella Caserma del 33° Reggimento Artiglieria, scortati da militari armati dove il giorno successivo ci venne chiesto di collaborare con i tedeschi. Rifiutò quasi la totalità degli ufficiali e così venimmo portati a Bolzano con un autocarro e il giorno successivo ad Innsbruck dove riuscii a consegnare ad un crocerossina un biglietto da far pervenire ai miei famigliari per informarli che ero stato fatto prigioniero.
Lì ebbi le prive avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto in seguito nei vari lager: mi venne riferito che “il giorno prima un Ufficiale italiano, trattenuto su di un autocarro, venne avvicinato dalla moglie che lo voleva salutare. Una guardia gli urlò di staccarsi ma non avendo avuto ascolto, uccise l’ufficiale sotto gli occhi della moglie”.
Ad Innsbruck venni fatto entrare in una caserma quasi deserta e sistemato in una camerata e dovetti dormire, come tutti gli altri,  sul nudo pavimento.
Il mattino successivo accusavo febbre e dolore al torace sinistro e così venni ricoverato nell’infermeria insieme ad alcuni soldati tedeschi ammalati o feriti. Venuto poi a conoscenza che i miei compagni stavano per essere trasferiti, mi rivestìi e li raggiunsi. Venimmo quindi condotti in una stazione distante circa 10 Km. e fatti salire su carri bestiame sigillato dall’esterno.
Iniziò così il viaggio verso una ignota destinazione. Fu un viaggio interminabile dove ho subìto sofferenze e umiliazioni sotto la continua minaccia delle armi. Ogni tanto il treno si fermava per dare la precedenza ad altri convogli e alcune volte invertiva la rotta come se non sapessero dove portarci. Attraversammo tutta le Germania poi il treno si fermò a Stablack nella Prussia Orientale.

Stablack (Prussia Orientale)   – dal 18 al 27 settembre 1943 –
Scesi dal treno, percorremmo circa 20 Km. e arrivammo a Konigsberg sede del Campo di Concentramento Stablack A, dove ci si presentò davanti una grande distesa di baracche scure in legno, circondate da una doppia cinta di filo spinato e torrette di sorveglianza.
Venimmo alloggiati in queste baracche senza distinzione di grado e di età e costretti a riposare in luridi giacigli a castello a tre piani infestati di parassiti e senza coperte. Il vitto, somministrato una volta al giorno, consisteva in una brodaglia contenente patate non sbucciate e sporche di terra.
Dopo due giorni i Generali  vennero trasferiti in un altro campo. Essendo io il Colonnello più anziano, venni nominato Capo Campo. Con questa mia  responsabilità feci presente al comandante tedesco che dovevano essere rispettate le norme della Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra ma mi fu risposto che noi non eravamo prigionieri ma dei traditori e quindi internati militari. Poi, in una giornata piovosa fummo radunati tutti (malati compresi) per un appello dove ci venne chiesto di aderire alla Repubblica di Salò e collaborare con i tedeschi. Nessuno accettò, tranne un Sottotenente e tre soldati.
Nelle baracche, la promiscuità era mal tollerata dai più anziani e specialmente per la latrina in comune, posta su un’unica pertica orizzontale, che fungeva da sedile e che costituiva un equilibrio instabile sulle maleodoranti fosse nere che si stendevano minacciose al di sotto. Fummo quindi immatricolati e muniti di un piastrino da tenere al collo. Il mio numero era 5802 – I – A. Il 27 settembre 1943 chiusi in carri bestiame partimmo per destinazione ignota.

Deblin-Irena (Polonia) lager 307  – dal 29 settembre 1943 al 27 novembre 1943 –

Arrivammo dopo due giorni di viaggio a Deblin-Irena – lager 307 (un’antica Fortezza in muratura) era il 29 settembre. Lì vi trovammo altri ufficiali italiani prelevati dalle più svariate località. La vita nel campo si svolgeva abbastanza regolarmente, le spesse mura della caserma ci riparavano dal freddo e le stufe erano sufficientemente fornite di legna e carbone.
La mancanza di una adeguata alimentazione però fece si che chi era più debole ed ammalato dovette soccombere. Avevamo qualche radio nascosta nei Blocchi, con le quali ricevevamo qualche notizia, ma i tedeschi di guardia, avvertiti da spie, piombavano a colpo sicuro e le sequestravano. Riuscimmo a salvarne solo una “radio Caterina” che la tenevamo nascosta nella cucina da noi gestita e che riuscì a seguirci nei vari trasferimenti. Anche in questo campo, come anziano, organizzai una infermeria la cui direzione venne data ad un ufficiale medico di provato valore, il Capitano Bonfiglioli.
Le medicine venivano cedute spontaneamente dai militari che ne erano in possesso e in parte ci venivano fornite dai tedeschi. Da qui ebbi la possibilità di scrivere per la prima volta alla famiglia e di richiedere i pacchi-viveri.
Un giorno venne nel campo una commissione italiana per propagandare la collaborazione con i tedeschi. Vi aderirono circa 180 elementi di cui molti erano indotti da malattia. il 27 novembre 1943, venni caricato nuovamente su carri bestiame per una destinazione ignota.

Cestokowa (Polonia)  Stammlager  367  – dal 29 novembre 1943 al 9 agosto 1944

il treno si fermò a Cestokowa, dove venimmo condotti in una caserma  che sul frontone dell’ingresso portava la dicitura “Nord-Kaserne”. Entrati, ci chiusero nel locale bagno dove vi restammo per parecchie ore poi subimmo l’ennesima perquisizione del bagaglio. Finalmente venni portato in un locale formato da due camerette dove vi erano 59 ufficiali venuti come me da Deblin-Irena considerati indesiderabili o ammalati.
Il nuovo campo era diviso in 7 Blocchi che contenevano 2.005 ufficiali e inoltre separatamente da noi vi erano dei prigionieri russi. La vita in questo lager non era diversa da quelli visitati in precedenza: sbobba due volte a giorno contenente poche patate e rape, il pane nero che veniva sezionato e diviso equamente mediante dosatura con una bilancina di precisione.
– Ricordo il triste spettacolo del trattamento poliziesco riservato al colonnello Luigi de Micheli che venne tenuto in cella per aver fatto prestare giuramento ad un gruppo di giovani Sottotenenti che ancora non avevano fatto la cerimonia ufficiale di fedeltà alla Patria.
– Ricordo che un giorno (ai primi di novembre 1943) il colonnello Pietro Lombardo e il colonnello Giorgio de Blasio, passando davanti alla prigione del campo, un prigioniero russo chiese loro una sigaretta che naturalmente loro non negarono e quindi gliela gettarono. Questa manovra venne notata da ufficiali tedeschi che spararono al prigioniero il quale di accasciò, poi condussero i due ufficiali italiani presso il comando tedesco e vennero puniti.
– Come ricordo infausto rimase memorabile la giornata del 29 mar¬zo 1944, quando nella zona imperversò una tremenda bufera di neve e vento, con temperatura scesa improvvisamente a meno di 10°C sotto zero. Grup¬pi di SS., formidabilmente armati come per un assalto, irruppero im¬provvisamente nella caserma nelle prime ore del mattino.
Gli Ufficiali fatti scendere dagli accantonamenti senza alcun preavviso ed un ade¬guato riparo. Furono chiusi nei piazzali recintati dai reticolati, vigilati da sentinelle. Contemporaneamente alcuni civili (Agenti della Gestapo) sorvegliavano dalle finestre le mosse di ciascuno perché nessun oggetto potesse essere occultato. Mentre gli Ufficiali si aggiravano nei piazzali pieni di neve, come anime in pena sotto la bufera ghiacciata (compresi gli ammalati del¬l’infermeria), gli sgherri tedeschi passavano una perquisizione o meglio provvedevano ad una requisizione della roba conservata dagli inter¬nati nelle camerate, asportando e confiscando tutto quello che trova¬rono. Denaro, borse di pelle, vestiti, scarpe, impermeabili, accendisi¬gari e quant’altro bramava la cupidigia di costoro, fu tutto incamerato. Solo dopo sette interminabili ore la perquisizione ebbe fine. Il giorno 9 agosto 1944 venimmo nuovamente trasferiti e così attraversammo la città per raggiungere la stazione distante circa 5 km. dove venimmo nuovamente caricati su carri bestiame e sempre con destinazione ignota, il treno si mosse alle ore 0,10. Il viaggio fu come al solito duro, con gravi disagi e per alcuni arrivò anche la morte.

Norimberga (Germania) – Oflag 73, Langwasser XIII B  – dal 12 agosto 1944 al 3 febbraio 1945 –

Alle ore 6,15 del 12 agosto 1944 il treno si fermò alla periferia di Norimberga. Ci mettono in colonna come al solito per cinque e ci avviano al Campo che si intravede lontano, con le innumerevoli altane e un reticolato di cui non si percepisce la fine sullo sfondo cupo di un bosco immenso. E’ il grande Campo di Norimberga che raggiungia¬mo poco dopo. Dopo l’arrivo si passa la solita rivista, nella quale ci spogliano di quel poco che ancora avevamo potuto salvare poi, incolonnati nuova¬mente, veniamo inviati nelle baracche vuote che sono state approntate.
Si costituiscono col nostro arrivo prima due, poi tre nuovi Bloc¬chi. Vengo assegnato al 6°, Baracca n. 95, con la maggior parte dei Colonnelli. Si vedono i resti anneriti di alcune baracche che sono state in¬cendiate dalle bombe. Non è una prospettiva delle più liete. Verremo poi a conoscere dagli altri, che già si trovavano sul posto, che i bom¬bardamenti sulla città di Norimberga sono frequenti, sia di giorno che di notte. Intanto ci orientiamo nel nuovo Campo.
Anche in questo campo il trattamento e la vita si svolgevano come nei campi precedenti con due appelli, due ranci caldi di 3/4 di litro sempre peggio dei precedenti. Specialmente non si dimenticano quelli con i funghi avariati in cui i vermi coprivano tutta la superficie della gavetta o dell’utensile che ne faceva le veci. Durante le ore del coprifuoco, cioè dalle 20 alle 6, era vietata l’uscita dalle baracche ed i prigionieri dovevano, per le necessità fisiologiche, servirsi di un o due bidoni   situati nell’atrio delle baracche stesse.
Il 12 agosto 1944 vediamo giungere il Maggiore del 47° Fanteria, Trombetta, il quale appena giunto è stato messo in stato di arresto e rinchiuso nella prigione del campo perché condannato a morire da un tribunale di guerra italiano, senza che conoscesse la motivazione della sentenza della quale, fra l’altro, egli non aveva sentore alcuno non avendo commesso reati di sorta. L’ufficiale venne rilasciato solo il 20 settembre, dopo che gli fu comunicato che si trattava di un errore dell’ufficiale italiano di Berlino. Quasi 40 giorni di tortura!
Nella notte dell’8 ottobre 1944 il Colonnello Attilio Riva, già Coman¬dante del Distretto Militare di Balzano, mentre si trovava nell’infer¬meria, uscì dalla baracca per recarsi alla latrina (abort) che era a po¬chi passi. La sentinella, che era sull’altana Io vide uscire dalla baracca, ma non fece alcuna osservazione. Dopo pochi minuti, erano le 1.30, il Riva uscì per rientrare nel¬l’infermeria, ma una fucilata della sentinella (che si chiamava Wilhelm Schinthelm) lo stese a terra gravemente ferito al basso ventre.
Il Dottore, che dormiva paco distante ed il Cap¬pellano si precipitarono per soccorrere, ma la sentinella li fermò sulla porta sotto la minaccia dell’arma, intimando loro di non muoversi. In tal modo passò circa mezz’ora ed il ferito rimase a terra comprimen¬dosi il ventre ed invocando inutilmente soccorso, finché, giunta sul posto, la guardia tedesca consentì di raccogliere il ferito e trasportarlo all’Ospedale, dove moriva alle 3.30 assistito dal Cappellano. Il Riva, a detta dei medici, avrebbe potuto salvarsi se fosse stato subito soccorso mentre la sentinella ebbe un premio dal Comando Tedesco. Il 3 febbraio 1945 partenza per una nuova destinazione. Alle ore 6 adunata nel grande viale prospiciente l’uscita e suddivisione per vagoni (gruppi di 40 ufficiali). Lunga attesa e finalmente partenza per la stazione dove arriviamo alle ore 10. Intanto alle ore 11 si viene a sapere che la partenza è stata sospesa e perciò si rientra la campo. Alle 9 del giorno successivo si parte e si lascia definitivamente il campo dove tanto penammo. Un’ora dopo siamo alla stazione e restiamo sul piano caricatore in attesa del treno che arriva alle ore 18. Alle ore 21 il treno parte per un’altra destinazione ignota. (Grimmental-Meiningen-Gustangen-Rheine-Lingen-Ems e Meppen dove dopo una lunga attesa si scende. Dopo una marcia di 14 km. si arriva al Campo di Gross-Hesepe.

Gross-Hesepe (Germania) lager n.308 – dal 6 febbraio 1945 al 5 aprile 1945 –

E’ stato questo il vero Campo della fame. Si ritiene che il nu¬mero delle calorie giornaliere non superasse le 800-1.000 calorie, no¬minali s’intende, perchè anche qui bisogna avanzare una doverosa riserva sulla scadentissima qualità, che ne diminuiva sensibilmente il rendimento. Gli Ufficiali non furono più che larve di uomini di cui anche i più resistenti non si reggevano in piedi e presentavano i sintomi di sfinimento e deperimento massimo.
Alcuni morti letteralmente di fame, come il Colonnello France¬sco Nicoletti di Roma, il Capitano Giuseppe Martelli di Firenze e vari altri. Si può asserire senza tema di smentita che nessuno dei prigio¬nieri avrebbe potuto resistere ancora per due mesi, come limite massi¬mo per i più forti, a simile trattamento. Intanto il cannone lontano faceva ormai sentire il suo brontolio e nel cielo passavano immense formazioni aeree alleate che con balenii d’argento ne punteggiavano tutta la volta luminosa e gli avvenimenti incalzavano. Dal Campo nostro si dipartiva una decauville che faceva i tra¬sporti di materiali e viveri nei vicini campi di Versen e Fullen.
Un giorno si abbassò un velivolo e incominciò a mitragliare la macchina che era ferma sui binari causando la precipitosa fuga del personale tedesco ivi addetto. Ogni momento suonava il corno del “gross-alarm” ed il campo si vuotava come per incanto. Tutti dovevano correre dentro le ba¬racche ed il personale di guardia, composto di inabili e di vecchi, ne riportava una tremenda paura. Tanta che ad un certo momento, sen¬tendo avvicinarsi il combattimento, il Comandante tedesco dispose per l’evacuazione del Campo e mise due mitragliatrici in posizione al di fuori del reticolato, rivolte verso le nostre baracche per reprimere ogni eventuale ribellione e col proposito di soffocarla nel sangue. Furono, intanto, eseguite tutte le operazioni necessarie per una partenza immediata. Ma gli eventi precipitarono. La voce del cannone era ormai vici¬na al Lager. II vento ancora freddo ed umido dei primi di aprile ci portava talvolta oltre al rombo delle artiglierie anche lo sgranare del¬le armi automatiche e la sera del 4 aprile 1945 già si accennava all’abban¬dono del Campo. Reparti di punta Canadesi con due carri armati erano giunti in prossimità della nostra zona ed un Battaglione di tedeschi che occu¬pava il vicino paese di Gross-Hesepe si ritirò su Meppen.
Durante la notte gli abitanti del villaggio esposero le bandiere bianche in segno di resa ed allora i tedeschi, vedendo che gli avversari non avanzavano (né potevano farlo perchè isolati), ripresero contatto con Gross-Hesepe catturando il Borgomastro che solo più tardi fu liberato. Intanto, avanzate le truppe canadesi, il Comando tedesco del nostro Campo, alle ore 17,45 del 5 aprile 1945, inalberò sull’altana dell’ingresso del Campo la bandiera bianca con la Croce Rossa e tutta il personale di guardia sgombrò velocemente su Meppel. Il Campo era libero: la nostra prigionia finita!

4 Settembre 1945

Finalmente dopo tanti mesi di attesa giunge anche per noi il momento del rientro in Patria. Il Campo è tutto un tramestio di cas¬se, cassette militari, valigie, fagotti e l’ingombro di quelle mille cose inutili eppure tanto care, ma che in buona parte si perderanno attra¬verso le vicissitudini del viaggio. Caricati gli autocarri, finalmente si parte alle 10.30, lasciando quel reticolato entro il quale la morte ci ha tante volte sfìorato. Sembra un sogno! Lasciati i paesi di Gross-Hesepe e Klein-Hesepe, la cittadina di Meppen e le varie piccole località, sbocchiamo nella grande auto¬strada di Berlino che ci porta ad Hannover.
Raggiungiamo Braunschweig dove ci alloggiano in una grande ca¬serma, tanto zeppa di uomini e di sudiciume che non si sa dove por¬re il piede. L’organizzazione è dovuta ad un Comando italiano, che ci fa sapere a mezzo di altoparlante che non eravamo affatto aspettati, perciò non avremmo potuto trovare una conveniente sistemazione. Siamo poi avvertiti che sono tollerati solo 25 kg. di bagaglio, non un grammo di più; cioè quello che ogni individuo può portare disin¬voltamente con se. Molta roba viene quindi abbandonata. lo mi porto carte, fotografie, appunti, note, diario, raccolte di giornali, schizzi, ecc., il materiale che poi mi servirà per scrivere con dati di fatto precisi la storia della nostra prigionia.
Finalmente, dopo varie alternative, verso le 7 si incomincia a par¬tire per scaglioni di trenta uomini alla volta, raggiungendo la stazione che si trova a circa 600 metri. Il mio vagone è il 2044 ed è quello che mi porterà in Italia. Si parte alle 8.40 e dopo Woltenbutten si distribuiscono i viveri per la giornata. Transitiamo per Northeim, Gottingen, Bebra, Meklar.
Poi Newkirchen, Burghaun, Hunfeld dai grandi boschi, Marbech e finalmente Fulda, per ripartire alle 21.50. Arriviamo a Bemberg, grande centro ferroviario. Incrociamo un treno che trasporta ora Ufficiali tedeschi prigionieri fra i quali alcuni Generali, male in arnese anche loro ed in carro bestiame. “Una volta per uno” è il commento. Si riparte alle 11 proseguendo per No¬rimberga. La grande stazione ferroviaria è quasi demolita totalmente e solo le tettoie sono ancora in piedi, ma hanno subìto gravissimi danni. Nell’interno una grande aquila di bronzo caduta dall’alto giace ora a terra stroncata e deturpata, quasi a rappresentare la caduta del paz¬zesco sogno di Hitler, infranto per sempre dagli Alleati. Qui Sono rinchiusi in carcere i principali Capi tedeschi che ver¬ranno poi giudicati come criminali di guerra. Si riparte alle ore 17,55. Poi il treno si ferma di nuovo per ri¬prendere infine la corsa ed il mattino siamo a Ratisbona, nel quarto giorno della nostra partenza da Gross-Hesepe. Dopo Monaco il treno si ferma a Mittenwald nella valle dell’Iser dove veniamo portati in una grande caserma. Veniamo rifocillati con una leggera minestrina per non appesantire lo stomaco.
Poi il mattino dopo veniamo riuniti in un grande padiglione dove nuvole di DDT ci viene spruzzato ovunque. Poi di nuovo alla stazione. Dopo Innsbruck si riparte. Il treno è tutto un fremito di attesa e finalmente un grido: il Brennero! Viva l’Italia! Poi Bolzano, … Pescantina.
E’ questa la località stabilita per lo smistamento dei reduci e dove sono situati i padiglioni disposti dalla “Assistenza Post-Bellica” per l’ulteriore inoltro alle varie destinazioni.

Su un terreno viscido per le recenti piogge pervengo al Padiglione di Parma,  ove sento, dopo anni,  la parlata della mia terra e la commozione mi vince. Partiamo in autocarro e raggiungiamo finalmente  la nostra Parma:  12 settembre 1945.

Da:
“I.M.I. Internati Militari Italiani e Politici Italiani internati nei lager”
L’incontro con la Storia per non dimenticare (testimonianze). Raccolta A – A cura di Fausto Catelli

Grazie a: Museo della Memoria “Finzi-Musafia” – Gramignazzo di Sissa (Parma)

Dedicato a: “La Shoah del popolo ebraico e la deportazione dei militari e politici italiani nei campi nazisti”

Storia e Memoria – 23 Giugno 2009  ( Thanks to: I.M.I. – Fausto Catelli – Museo della Memoria “Finzi-Musafia”- Lager.it )
Storia e Memoria .489

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Scritto da Staff_NelParmense

22 Giugno, 2009 at 6:20 pm

Pubblicato in Notizie Parmensi

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