Storia e Memoria ANNIVERSARI DEL 8 GIUGNO Giovanni Domenico Gregorio Romagnosi

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Anniversario della morte di:

Giovanni Domenico Gregorio Romagnosi

( Salsomaggiore 11 dicembre 1761 – Milano 8 giugno 1835 )

Figlio di Bernardino, notaio, amministratore di piccoli feudi, ufficiale pubblico e consigliere del Ducato di Parma e Piacenza, e di Marianna Trompelli. Visse gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza tra Salsomaggiore, il Ginnasio dei Gesuiti di Borgo San Donnino (1772-1774), il Seminario vescovile di Piacenza (1774-1775) e il Collegio Piacentino della Congregazione di San Vincenzo de’ Paoli (1775-1781), la grande istituzione culturale e formativa voluta e realizzata da uno dei personaggi chiave del potere politico settecentesco europeo, il cardinale Giulio Alberoni. Laureatosi in giurisprudenza a Parma l’8 agosto 1786, dapprima svogliato praticante notaio per circa un triennio nella città di Piacenza, Romagnosi esordì come scrittore nel 1791 con il libro Genesi del Diritto Penale che, probabilmente, contribuì a farlo entrare con notevole prestigio nella terna degli eligendi alla carica di Pretore del Principato di Trento, città dove dimorò dal 1791 al 1802 svolgendovi per un anno l’antico mestiere del probo forestiero chiamato a rendere giustizia con ampia giurisdizione e continuando, poi, per quasi un decennio e con diversi ruoli, privati e pubblici, a operare in una dimensione locale molto caratterizzata dai valori della legislazione e dell’amministrazione. Tuttavia anche in questa dimensione Romagnosi non si sottrasse alla suggestione delle infuocate vicende politiche che dalla Francia rivoluzionaria, con intensità sempre crescente, investirono gli Stati italiani. Professore di Diritto Pubblico a Parma dal 1802 al 1806, pubblicò una seconda imponente opera di assai largo respiro, Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (Parma, 1805), consolidando così stabilmente la sua fama di giurista acuto e di scienziato profondo, sino a diventare, nel giugno 1806, consulente assai apprezzato di quel bello Italia regno che, dopo l’affermarsi dell’influenza francese in Italia, a partire dal 1805, superate le convulsioni proprie dell’età giacobina, costituì la prima moderna struttura statale italiana non a carattere regionale ma nazionale. Fu quella un’epoca che Romagnosi visse intensamente in tutte le sue fasi. Dapprima in un’area squisitamente asburgica e imperiale come quella trentina, sino a subire, tra il 1799 e il 1800, il processo e la prigionia di Innsbruck, cui seguì il proscioglimento (dopo quindici mesi di carcerazione preventiva) con formula liberatoria ampia e conseguente cacciata e bando dagli Stati imperiali del denunciante Francesco Slop, e svolgendo infine il delicato ruolo politico di Segretario Generale del Consiglio Superiore Trentino, presieduto dalla rilevante figura del riformatore Carlo Antonio Pilati.

Al ritorno dei Francesi nel 1801 fu nominato segretario del governo provvisorio presieduto dal Pilati. Nel 1806 il Luosi, ministro di Giustizia del Regno d’Italia, lo invitò a Milano per collaborare al progetto del codice penale e di procedura penale. L’anno seguente, dimessosi dalla cattedra di Parma, fu nominato consultore del ministro di Giustizia e professore di diritto civile all’Università di Pavia. Passò quindi (novembre 1808) a insegnare l’Alta legislazione nei suoi rapporti colla pubblica amministrazione nelle Scuole speciali politico-legali, da lui promosse e organizzate a Milano. A Milano per circa un trentennio (1808-1835) svolse il suo magistero scientifico, politico e umano. Venerando, incomparabile e sommo, secondo la definizione del Cattaneo, Romagnosi nella capitale lombarda venne a costituire una vivida luce che educò a un ideale di filosofia civile, cioè a una scienza delle cose umane concepita secondo un profondo convincimento onesto, razionale e virtuoso del bene vivere, un’intera generazione di intellettuali, di studiosi e di patrioti. Romagnosi si pose come uno degli artefici più costruttivi di quella coscienza italiana che, con la Rivoluzione di Francia e con la discesa della armate repubblicane in Italia nel 1796, prese l’avvio e iniziò a fare uscire la Penisola dall’accidia e dal torpore di lunghi secoli di decadenza civile. Romagnosi giurista grandeggiò certamente secondo la tradizione e secondo la stessa successione delle sue opere sino a tutto il 1815. L’elaborazione del primo Codice italiano di procedura penale (1806), le riedizione della Genesi (1807), il lavoro sul progetto di Codice dei delitti e delle pene (Codice penale, 1808), i diversi scritti sull’istruzione pubblica legale, sulla legislazione civile e sull’alta amministrazione (1807, 1808 e 1812) preludono alla redazione di quell’opera faticosa e ardua che è il Giornale di Giurisprudenza Universale (1812-1814), momento di riorganizzazione pratica e concettuale che introduce alla sistematicità progettante delle Istituzioni di diritto amministrativo (1814) e al volume Della Costituzione di una Monarchia nazionale rappresentativa (1815). Colpito da emiplegia nel 1812, Romagnosi perse l’uso della mano destra. Nel crollo delle speranze di conservazione dell’autonomia e indipendenza del Regno d’Italia, Romagnosi giurista cedette il passo, negli ultimi fervidissimi venti anni di vita, al pensatore politico stimolante, robusto, carico di umori sociali, poliedricamente rivolto all’economia, alla statistica, alla storia delle civiltà, all’indagine sulla vita degli Stati, con accenti e ispirazioni profondamente laici. Ritornati gli Austriaci, Romagnosi, che si era naturalizzato milanese fino dal 1813, poté continuare l’insegnamento di alta legislazione fino al settembre 1817, quando furono soppresse le Scuole speciali. Non potendo sperare dal governo austriaco un incarico per l’insegnamento pubblico, chiese e ottenne d’insegnare privatamente. Frutto del suo insegnamento fu l’Assunto primo della scienza del diritto naturale (Milano, 1820). Alla sua scuola si formarono, tra gli altri, Giuseppe Ferrari, Carlo Cattaneo, Cesare Cantù e i cugini Defendente e Giuseppe Sacchi. Nel giugno 1821 Romagnosi fu coinvolto nel processo contro i carbonari sotto l’accusa di correità nel delitto di alto tradimento per omessa denuncia. Romagnosi era sospettato e vigilato dall’Austria per il suo passato liberale e per i suoi sentimenti italiani. Fondatore e Venerabile della loggia Gioseffina, anche dopo lo scioglimento della loggia aveva incoraggiato segretamente i tentativi per la restaurazione di un regno italico indipendente. Nel 1814 uno schema di costituzione da lui preparato era stato trovato presso il suo giovane allievo Lattuada, uno dei partecipanti alla congiura militare. Romagnosi lavorava in quell’epoca intorno all’opera Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, che fu pubblicata nella prima parte anonima nel 1815 con la falsa indicazione di Filadelfia (Lugano). Non volle però affiliarsi alla carboneria malgrado le sollecitazioni di Silvio Pellico, col quale collaborò nel Conciliatore. Non poté tuttavia sfuggire, per le indiscrezioni dello stesso Pellico, all’accusa di non aver denunciato i cospiratori del 1821. Fu arrestato e inviato nel carcere di Venezia. Negli anni di reazione e di censura che corrono dal 1815 al 1835 Romagnosi, nella povertà retorica del pensiero politico italiano, assunse sempre più un ruolo di maestro di pensiero e di vita al quale si raccordarono, con differenze di accenti e di stili e con varietà e originalità di approcci, Cattaneo, Ferrari, Correnti, Cantù, i Sacchi e Pisacane. Si può dire che in quegli anni Romagnosi sviluppò una delle poche, articolate e globali costruzioni teoriche del pensiero politico della democrazia italiana. Sereno e impavido, affrontò ancora una volta, a partire dal giugno 1821 e sino al 10 dicembre dello stesso anno, l’inquisizione e la prigione austriache quale indiziato di partecipazione alle congiura dei carbonari Pellico e Maroncelli. Senza venire meno alla sua dignità di uomo libero e sapendo usare in modo superbo le armi del diritto, venne assolta, anche se, da quel momento, nei suoi confronti l’autorità imperial-regia fu opprimente e durissima. Fu esonerato dall’insegnamento e privato del passaporto con il quale avrebbe dovuto raggiungere Corfù, per svolgere in quell’Università un corso di giurisprudenza teorica offertogli dal governo inglese. Perseguitato, malato, povero, Romagnosi trovò in Milano, in una città viva, percorsa dagli umori romantici e intellettuali degli anni Venti del XIX secolo, e nella quiete della Brianza (in modo particolare a Carate, dove la solidarietà affettuosa di Luigi Azimonti lo pose con molta discrezione al riparo degli stenti di una vita misera), una nuova giovinezza. Romagnosi espresse così una vitalità di pensiero impressionante, posta al servizio di una passione civile che emoziona ed entusiasma al contempo. Accanto alla terza e rinnovata edizione della Genesi (1823-1824) si pongono opere originalissime come quelle sulla condotta e la ragione civile delle acque. Fiorisce quasi come un’autoconfessione quella singolare chiave d’accesso e di interpretazione alle sue opere che sono le lettere a Giovanni Valeri sull’Ordinamento della scienza della cosa pubblica (1826). Accanto all’ordito concettuale e penetrante dell’Assunto Primo della scienza del diritto naturale (1827) c’è la ricchezza frammentaria ma particolarmente stimolante e varia che, a partire dalla morte di Melchiorre Gioja, vide il Romagnosi animatore instancabile degli Annali Universali di Statistica, una delle voci più interessanti dell’editoria periodica lombarda aperta all’Europa e al mondo. Fu in quella congiuntura che si colloca l’osservazione acutissima di Francesco De Sanctis che vide in Romagnosi il pensatore che con vigore tramanda all’Ottocento romantico ma anche esangue nei suoi primi decenni impregnati di metafisica e di spiritualismo, il retaggio della grande riflessione sulla società umana che il Settecento espresse con vigore ovunque in Europa e che in Italia, col Genovesi, col Carli, col Beccaria, con i Verri, col Filangieri, col Pilati e con tanti altri riformatori, pose le basi per una cultura legata intimamente alla vita degli uomini nella concretezza quotidiana e negli istituti giuridici ed economici propri del consorzio sociale. L’immagine di Romagnosi giurista puro va, quindi, modificata. Romagnosi diventa un pensatore politico, integralmente politico, e il suo pensiero si fonda saldamente sulla storia, penetra il processo multiforme e complesso dell’incivilimento, scandaglia la vita degli Stati, esalta come pochi sanno fare il valore del consorzio umano dove il potere è solo funzionale a un progetto in cui la società ha il massimo di faccende e il governo il minimo di affari. Rilevò con molta acutezza Gioele Solari, erede anch’egli di Romagnosi, per li rami e per l’insegnamento del suo maestro Giuseppe Carle, che Romagnosi fu un uomo vivo proprio per questa sua capacità di collegare le ragioni profonde dell’individuo con quelle della società e che la fondazione della civile filosofia fu veramente il pensiero e il travaglio di tutta la sua vita. Nel 1834 fu nominato membro dell’Accademia di Scienze morali e politiche di Francia. Romagnosi ebbe sepoltura a Carate Brianza. Filosoficamente la posizione di Romagnosi è caratterizzata dal tentativo di risolvere i principi della sua formazione sensistica nel riconoscimento di una più autonoma attività del soggetto e dall’esigenza di evadere dall’istanza astrattamente speculativa convogliando la filosofia verso concrete applicazioni e risoluzioni politico-sociali. Giurista, insigne, fece oggetto di indagine e di studio le statistiche, il diritto penale e processuale, il diritto civile, costituzionale, amministrativo e la scienza dell’amministrazione e della politica. Nell’economia politica sostenne un equilibrato liberalismo. Giurista e filosofo, vede la sintesi dell’economia, del diritto della politica nella filosofia civile, dottrina operativa, rivolta alla pratica, scienza intermediaria tra la pura filosofia razionale o analisi dell’uomo interiore e la scienza della legislazione. Secondo Romagnosi, la filosofia dell’uomo interiore, o ideologia, studia il processo conoscitivo e in questa indagine Romagnosi segue una via di mezzo tra il sensismo e l’intellettualismo, tra il realismo e l’idealismo. Il primo fondamento dell’intelletto è la sensazione provocata dal mondo esterno: non si pensa senza sentire. L’io però non accoglie passivamente la sensazione: la conoscenza è quindi l’effetto di due potenze (il me e il non-me) operanti nel fondo comune della sensibilità. Erra dunque tanto il sensualismo, che fa derivare tutte le idee dai sensi, quanto l’intellettualismo, che le trae tutte dal fondo dell’anima. Il sistema vero è quello della competenza come risultato dei rapporti e dell’azione reciproca del mondo esterno e dello spirito (della potenza dell’oggetto e non-io e della potenza del soggetto o Io). L’attività intellettiva che stabilisce dei rapporti fondamentali tra le varie sensazioni è detta da Romagnosi senso logico o razionale, che interviene in ogni atto conoscitivo e, di fronte al materiale fornito dai sensi, stabilisce le idee di estensione, tempo e numero. Questi concetti mentali (segnature razionali, logìe), pur essendo provocati dalle qualità sensoriali, non dipendono esclusivamente dall’azione dei sensi e costituiscono il mondo della ragione o dell’intelletto. Il senso logico è dunque la caratteristica della vita intellettiva umana e, cooperando con l’attività sensoriale, trasforma il sentire in conoscere o intendere. Questi elementi extrasensoriali della conoscenza non sono forme o leggi preesistenti al conoscere, cioè idee innate, ma non vengono nemmeno dal di fuori: sono pure logìe, suità, esprimono solamente modi di essere, funzioni fondamentali dell’anima, e le idee che ne conseguono sono fattura della mente. Sembrerebbe di essere caduti nel soggettivismo o idealismo, ma Romagnosi supera questa posizione, in quanto dimostra l’esistenza fuori di noi della realtà oggettiva che è la causa determinante delle idee. Le idee, diverse e successive, si producono e variano tutte, però in un solo soggetto che è sempre il medesimo. Da un lato si ha dunque la molteplicità delle impressioni che mutano, dall’altro l’unità semplice dell’io. Ma l’io non ha nell’essenza del suo essere alcuna ripugnanza a produrre piuttosto l’una che l’altra idea: l’io è potenza comune, indifferente, capace di produrre egualmente tutte le modificazioni, quindi non si può supporre determinato per natura a generarne una piuttosto che un’altra. Solo un fattore esterno può spiegare l’ordine e la differenza di successione delle idee. Ma non si può conoscere l’essenza della realtà e degli enti: siamo in rapporto immediato non con gli oggetti esterni, ma sempre con le idee, e solo attraverso queste vediamo gli enti esterni. Il conoscere così si riduce a percepire quanto di ideabile c’è nelle cose: la verità quindi, afferma Romagnosi, in una maniera quasi prammatistica, consiste nella corrispondenza del sapere non con la natura oggettiva delle cose e dei loro nessi reali e necessari (inconoscibili), ma con l’azione di questa natura. Come si vede, si trova in Romagnosi incertezza di pensiero oscillante fra un fenomenismo idealistico e un realismo indeterminato: l’espressione più adatta a caratterizzare la concezione di Romagnosi è dunque dottrina della compotenza. L’analisi dell’uomo interiore va integrata con la filosofia civile, giacché l’uomo individuo nasce, cresce e vive in seno all’uomo collettivo, ossia alla società civile, e nella società sviluppa la sua intelligenza attraverso il linguaggio e tutto il patrimonio ideale accumulato dai contemporanei e dalle generazioni passate. L’individuo isolato è dunque un’astrazione, l’uomo reale è quello civile, per cui piena filosofia è solo quella che studia la civiltà. Sia che lo si giudichi un liberale aristocratico, come già fece il Mazzini, oppure filosofo di un aristocratico moderatismo liberaleggiante (Sestan) oppure un apostolo radicale, il capostipite del positivismo italiano e il patriarca dell’idea di socialità nel nostro primo Risorgimento (Berti), certo è che Romagnosi fu tra gli autori più letti, se non più citati, da tutta la tradizione democratica del XIX secolo in Italia.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 363-364; E. De Tipaldo, Biografie degli italiani, 5, 1837, 18-24; Aurea Parma 1 1928, 2-9; una delle migliori collezioni delle sue opere è quella curata da C. Marzucchi in 19 volumi, Firenze, 1832-1839 (ristampa, Prato, 1833-1842); una delle più complete è quella curata da A. De Giorgi in 8 volumi, Milano (Padova), 1841-1852 (ristampa, Napoli-Palermo, 1850-1877); cfr. anche Scritti inediti, Bergamo, 1862; per le lettere pubblicate a stampa del Romagnosi (non molte), cfr. Belloni, in Bollettino storico piacentino III 1930; per i manoscritti conservati nella Biblioteca Civica di Bergamo, vedi la descrizione fattane da A. Locatelli, in Bollettino della Civica Biblioteca, V, 1931 s.; per i manoscritti conservati altrove e per una bibliografia degli scritti del Romagnosi e sul Romagnosi, vedi le notizie alquanto confuse e non sempre esatte contenute in L.G. Cusani Confalonieri, Notizie storiche e biografiche: bibliografia e documenti, Carate Brianza, Biblioteca del Museo Romagnosi, 1928; per la vita e le dottrine del Romagnosi, G. Ferrari, Milano, 1835; G. Cantù, Milano, 1835 e poi 1861, 1873-1874, A. De Giorgi, Parma, 1874; A. Nova, Memorie e documenti per l’Università di Pavia, 1878, parte 1a, 341-395; per il pensiero del Romagnosi, F. Cavalli, La scienza politica in Italia, IV, Venezia, 1881; G. Carle, Vita del diritto, 2a ed., Torino, 1890; G. Gentile, passim., in Rosmini e Gioberti, Pisa, 1898; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari, 1921; A. Norsa, Il pensiero filosofico di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1930; L. Caboara, La filosofia del diritto di Gian Domenico Romagnosi, Città di Castello, 1930; un’ampia bibliografia sul Romagnosi si può vedere nel Cusani e nel Norsa; confronta ancora G. Solari, in Enciclopedia italiana, XXIX, 1936, 938-939; A. Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, Milano, 1903; A. Monti, G. D. Romagnosi, in Nuova Antologia 1° maggio 1918; D. Mistrali, G.D. Romagnosi martire della libertà italiana, precursore dell’idea sociale moderna, Borgo San Donnino, 1907; M. Rosi, in Dizionario Risorgimento, 4, 1947, 94-95; La filosofia politica del Romagnosi, Roma, 1936; M. Barillari, Il diritto pubblico del Romagnosi, Bari, 1936; F. Battaglia, in Dizionario PNF, IV, 1940, 140-141; C. Cantù, Notizia di Gian Domenico Romagnosi, Prato, 1840; A. De Giorgi, Cenni sulla vita di Gian Domenico Romagnosi, premessa al volume delle Opere filosofiche, Milano, 1841; C. Cattaneo, Delle dottrine di Romagnosi, in Annali Universali di Statistica 1839, poi nel vol. VI delle Opere, Firenze, 1881-1882; G. Ferrari, La mente di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1885; R. Mondolfo, L’educazione secondo Romagnosi, in Rivista di Filosofia, fasc. I e II 1903, 22, 114; V. Graziani, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, con prefazione di B. Varisco, Città di Castello, 1912; A. Monti, Pensiero e azione, Milano, 1926; G. Solari, Il pensiero filosofico e civile di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Filosofia 23 1932, 155-163; E. Catellani, Gian Domenico Romagnosi, in Atti del Regio Istituto Veneto, t. XLIV 1934-1935, parte II, 467 sgg.; A. Levi, Romagnosi, Roma, 1935; G. Del Vecchio, Gian Domenico Romagnosi nel primo centenario della sua morte, in Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto I 1936 1-18; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 363-365; Ercole, Uomini politici, 194, 69; E. Di Carlo, Bibliografia romagnosiana, Palermo, 1936; A. Messineo, Gian Domenico Romagnosi e il p. Luigi Taparelli d’Azeglio, in Civiltà Cattolica I 1936, 20-31; P. Romano, Lo spirito pedagogico nelle opere di Gian Domenico Romagnosi, Roma, 1937; G.A. Belloni, Saggi sul Romagnosi, Piacenza, 1940; B. Brunello, Il pensiero politico italiano dal Romagnosi al Croce, Bologna, 1940; G. Fassò, in Enciclopedia cattolica, X, 1953, 1278-1279; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 584; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 376-379; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 29; P. Romano, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Pedagogia, 1906, 20-25; C. Rebora, Gian Domenico Romagnosi nel pensiero del risorgimento, in Rivista d’Italia 1911; G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, 1925; G. De Giuli, Il criticismo e il positivismo di Gian Domenico Romagnosi, in Atti dell’Accademia di Scienze di Torino LX 1925; G.A. Belloni, Romagnosi, Milano, 1931; G. Galati, Il concetto di nazionalità nel risorgimento italiano, Firenze, 1931; A. Cudali, Romagnosi, Modena, 1935; C. Cagli, Gian Domenico Romagnosi La vita, i tempi, le opere, Modena, 1935; L. Salvatorelli, Storia del pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1943; S. Fermi, P. Giordani e Gian Domenico Romagnosi nella polemica fra classici e romantici, in Archivio storico per le Province Parmensi, s. IV, 1949-1950, 247-263; A. 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Moravia, Milano, Ceschina, 1974; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 571-572; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 210; Grandi di Parma, 1991, 99-100; Aurea Parma 2 1997, 181-183.

Storia e Memoria 8 Giugno 2010 – (Thanks to: Dizionario biografico dei parmigiani.Lasagni.PPS Editore Parma)

Storia e Memoria . 541

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Scritto da Staff_NelParmense

Giugno 8th, 2010 at 1:20 am

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