L’opposizione di Sua Maestà

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Dialogo. Meglio non chiedersi cosa significhi concretamente; basti solo sapere che risulta il termine più usato in questa afosa stagione della politica. Il dialogo, per principio, è un rapporto fondato su un reciproco interesse. Ora, che il governo abbia bisogno di dialogare con l’opposizione è persino ovvio. Per quanto ampio sia il margine del suo consenso, difficile che si sia disposti a proporre al Paese un piano di purghe generalizzato senza condividerne il peso con l’opposizione.

Il risultato auspicato, fin troppo facile prevederlo, é di corresponsabilizzare l’opposizione stessa nei riverberi negativi delle riforme, mentre ci si gode appieno l’aspetto utilitaristico a tutto vantaggio della ulteriore sedimentazione della propria maggioranza, che coincide con quella della propria prospettiva politica. Quello che sfugge, invece, è l’utilità del suddetto dialogo da parte dell’opposizione. Perché se si dice – e con ragione – che il governo balla sul Titanic, che le sue promesse si sono rivelate “fuffa” allo stato puro, che il paese può d’implodere e che il rischio di deriva autoritaria è tutt’altro che una ossessione comunarda, allora non si capisce quale interesse abbia l’opposizione a correre dietro al governo.

E invece corre, eccome se corre. A corrente alternata e da soggetti diversi, ci si propina l’annosa disputa sul coinvolgimento o meno dell’Udc di Casini nell’opposizione, come se la sua adesione (peraltro, come nello stile, promessa un giorno e negata un altro) fosse in qualche misura determinante a mettere in crisi – o anche solo in difficoltà – il governo. Né per numeri, né per contenuti, Casini è in alcun modo alternativo al cavaliere: lo è semmai nello stile di governo, ma davvero far cambiar rotta al Titanic é questione di “bon ton”?

Allora forse, anzi senza forse, l’alleanza con l’Udc ha il sapore tattico di piano di salvaguardia degli assetti di potere esistenti, messi a dura prova dal programma di governo. E anche di un sapore più forte, indigesto, della ricerca di un modello politico ed istituzionale condiviso dal sapore antico consociativo e da quello – moderno – di governance monocolore de facto. Il primo passo di questo percorso è stato già compiuto: l’espulsione coatta dalla politica del conflitto e del suo bisogno di rappresentanza. Chiaro: per procedere alle riforme istituzionali, anche a norma di art.138 della Costituzione, è necessaria un’agenda condivisa da parte della grande maggioranza delle forze politiche; ma chi è in Italia che oggi avverte questa come la necessità irrinunciabile? In quale cucina di quale casa le famiglie dibattono sul tema?

Eppure é così. Il PD, di sconfitta in sconfitta, pare aver deciso di dedicare le sue energie a stabilire, giorno dopo giorno, su cosa e come dialogare sulle riforme istituzionali. Trattasi da un lato di schizofrenia politica, giacché si premette che la situazione è gravissima e che salari, pensioni ed occupazione, inflazione, finanza e debito sono le vere emergenze. Poi però si “riapre” per stabilire che le riforme istituzionali, soprattutto quella relativa al sistema elettorale, sono una urgenza che giustifica e, anzi, rende non solo necessario, ma persino urgente, il dialogo.

Il governo mette in mora il modello di contratto nazionale per ogni comparto, il precariato diventa l’unica forma d’impiego a tempo indeterminato e i mutui triplicati mandano sul lastrico le famiglie. Ma non basta: da un lato scheda tutto ciò che si muove e marchia le persone, rendendo liberi di muoversi solo i capitali speculativi; dall’altro propone galere ed espulsioni per gli ultimi e immunità per i primi. Taglia i fondi per l’assistenza, già ai livelli minimi in Europa; reintroduce i ticket nella sanità alla quale toglie persino ogni prospettiva di servizio pubblico; spacchetta i ministeri eliminando d’un colpo la programmazione economica e sociale nei conti pubblici; inventa fesserie sulla scuola pubblica, equivocando la formazione con la disciplina e la cultura con la bacchetta; sogna fantasie federaliste e minaccia i lavoratori nei loro diritti più elementari, mentre la situazione economica diventa d’inusitata drammaticità. Allora, dall’opposizione, che si fa? Beh, si dialoga. Su cosa? Ma è chiaro: sulle riforme, la vera urgenza ineludibile del Paese. Davvero è questa l’urgenza?

Il dubbio che viene è che il PD non si renda conto che a ballare sul Titanic c’é anche lui. Ritiratosi con gravi perdite da ogni battaglia elettorale dalla sua nascita ad oggi, quella che fu la somma di DS e Margherita con una spruzzata di giustizialismo, propone al governo un’agenda condivisa di riforme che questo governo, per forza di cose oltre che per logica e convenienza, non ha nessun interesse a mettere sul tavolo. E così, un giorno si e uno no, il governo “apre” o “chiude” alle proposte di dialogo; quel tanto che serve a tenere l’opposizione nel regno del nulla, quel tanto che basta a vederla dividersi al suo interno tra dialoganti e urlanti, nell’agognata attesa di una proposta una per la rinascita dell’opposizione politica e sociale.

Quel che resta è lo spettacolo poco decoroso dei dirigenti del PD che rincorrono ogni alito del governo, ogni dichiarazione di ministri o capi bastone dello scombinato esercito governativo che sembrano mettere in discussione un punto e virgola di quella precedente. Introiettato nel profondo il culto della lettura tra le righe di ogni parola, scivolano e si dimenano per ogni mezza frase, in fondo convinti che saranno le contraddizioni interne al governo (parola gentile per definire gli appetiti) a determinare – se mai ci sarà – una crisi nell’Esecutivo. E così, arrampicandosi e scivolando su ogni dichiarazione, sembrano ballerini di lap dance, sprovvisti persino di musica di sottofondo. Il pubblico, più che mai pagante, chiede davvero la fine del balletto per intonare un’altra canzone.

Fabrizio Casari

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